Iperprotezione: quando aiutare troppo blocca chi vogliamo aiutare
Nelle famiglie che arrivano in studio per un figlio in difficoltà, capita spesso di incontrare genitori esausti, in ansia, profondamente amorevoli, che hanno passato mesi o anni a intervenire su ogni piccolo ostacolo del figlio, per risparmiargli fatica o sofferenza. È una delle forme più comuni, e più difficili da riconoscere, di aiuto che finisce per fare danno: la protezione eccessiva, quella che in terapia sistemico-strategica chiamiamo "aiuto solerte".
Il meccanismo è comprensibile: vedere qualcuno che amiamo in difficoltà attiva in noi il bisogno immediato di intervenire. Rispondiamo al posto suo, decidiamo al posto suo, anticipiamo i problemi prima ancora che si presentino. Nel breve termine, funziona: la persona protetta si sente sollevata, meno esposta al rischio di sbagliare.
Nel lungo periodo, però, il messaggio implicito che passa è diverso: "da solo non ce la faresti". Ogni volta che interveniamo al posto di qualcuno, gli togliamo, senza volerlo, un'occasione per scoprire di potercela fare. La fiducia in sé si costruisce attraversando le difficoltà, non evitandole sistematicamente.
Questo pattern non riguarda solo il rapporto genitore-figlio: si osserva spesso anche tra partner, quando uno dei due si assume sistematicamente compiti, decisioni o responsabilità dell'altro "per aiutarlo", finendo per renderlo sempre più dipendente e sempre meno sicuro delle proprie capacità.
L'intervento strategico, in questi casi, non consiste nel dire alla famiglia di "smettere di aiutare": sarebbe un consiglio tanto ovvio quanto inutile. Consiste piuttosto nell'individuare, insieme, le occasioni specifiche in cui il proprio aiuto sta prendendo il posto della capacità dell'altro di cavarsela da solo, e nel costruire, un passo alla volta, un modo diverso di stare accanto: presenti, ma non sostitutivi.
Riconoscere questo pattern non significa colpevolizzarsi: nella maggior parte dei casi nasce da un amore autentico e da una paura altrettanto autentica. Significa però iniziare a chiedersi, di fronte a ogni gesto di aiuto: sto sostenendo questa persona, o sto facendo al posto suo qualcosa che potrebbe imparare a fare da sé?
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